venerdì 20 agosto 2010

Due belle scoperte

Che relax, tre giorni di ferie, eccome se ci volevano! Per prima cosa approfitto della giornata di sole per l’uscita in bici tra le montagne bergamasche, da Zogno (334 m slm) al Passo di Zambla (1264 m slm). Visto che ho una mountain bike, perché fermarsi lì? Decido di proseguire lungo il sentiero della pista da fondo, dal Colle di Zambla al Pian della Palla e salendo poi fino alla Conca dell’Alben. Che bella scoperta la MTB su sterrato, molto divertente! Qui il contatto con “il mezzo” dà sensazioni diverse rispetto alla strada: bisogna accompagnarlo diversamente, assecondarlo, è più “complice”. Bellissime le salite, con cambio duro e pedalata a tutta, ottimo esercizio per i quadricipiti! Un po’ meno le discese, prese pian piano per il timore di cadere. Poi il rientro alla base, per un totale di una sessantina di km diversi e divertenti.

Il Passo di Zambla

Eccomi qui

La Conca dell'Alben


Altra bella scoperta è la combinata bici + nuoto, dai benefici effetti di sblocco per le anche e la schiena. Il “gioco” consiste in un giretto in bici di un’oretta bella tirata, con un tratto piano e una salitella di un paio di km da ripetere pedalando a tutta, un po’ seduta un po’ in piedi, fino a che gambe e fiato non ce la fanno più. Al rientro si va in piscina, per un’oretta di nuoto in cui le gambe riposano e le braccia lavorano. Alla fine il fisico si sente bene e ringrazia. Confido nelle successive scossette di assestamento che interessano le anche e la schiena, e che spero siano segnali di lento riassetto posturale!

Sempre piuttosto critici i dolori post camminata da 6 km, che però si stanno spostando dagli adduttori alla zona posteriore, ancora tra le anche e la schiena, oltre al solito ginocchio: ho deciso di interpretarli come segnali di lento riequilibrio posturale, quindi insisto e porto pazienza. Nel frattempo al parco sono ricomparsi Runners dai volti tesi, già elettrizzati per gli appuntamenti dell’autunno… Ciao Blogtrotters! :-)

venerdì 13 agosto 2010

Settimana positiva

Dopo tutto, il bicchiere è mezzo pieno. Interessanti le due sedute in piscina, in cui mi sono divertita a scoprire che il modo in cui la mano fa il suo ingresso in acqua può cambiare molto tutta la nuotata. Inaspettatamente bello il giro del sabato in bici, da San Pellegrino Terme (BG) al Culmine di San Pietro (LC), un percorso che dalla bergamasca Valle Brembana raggiunge la lecchese Valsassina lungo la Val Taleggio: parecchio tosti i primi tornanti tra le fredde rocce dell’orrido e il frastuono del torrente, poi finalmente salendo il silenzio, prima tra i boschi e poi tra i prati. Molto insolita la vista del Resegone “da dietro”, ovvero il suo lato nord: l’avevo sempre visto “da davanti”, ovvero il suo lato sud, con quel famoso profilo a sega che si vede da Lecco o da Milano quando c’è vento limpido (e piaceva anche a Manzoni). Dietro è molto meno imponente, meno roccioso e molto più verde. Una cinquantina di km tra andata in salita e ritorno in discesa.
 

Il Resegone visto "da dietro"

Il passo

Se non fossero le 9 del mattino...

 
La novità della settimana è che ho provato a camminare, ebbene sì, per 6 km in un’ora: il risultato è mal di anche e di schiena, ma dopo tutto ci sta, dopo 8 mesi senza “stazione eretta” – la sua riconquista non sarà facile, ma insisto. Non molto simpatica la risposta degli adduttori, ma adesso tra bici, nuoto e tacchi so come farli stare zitti. Speriamo bene. Le cartoline della settimana ve le mando da Lugano, dove sono stata per una gita con possibili risvolti lavorativi. Cittadina molto bella, che si specchia su un grazioso lago circondato dalle montagne. Mi piacerebbe ritornarci un giorno, magari per correre la sua classica 30 km. Oppure, se non avrò più questa fortuna, tornerò per attraversare il lago a nuoto - è così azzurro. Arrivederci Blogtrotters, buon Ferragosto!
 

lunedì 2 agosto 2010

Sua Maestà Re Stelvio

Bormio (1225 m slm) – Stelvio (2758 m slm), 31 Luglio 2010

In partenza per conoscere un classico e tanto amato percorso ciclistico, quello che da Bormio porta al Passo dello Stelvio. La curiosità è tanta, come la voglia di provarlo. E una tranquilla curiosità mi accompagna per tutta la salita, lunga 22 km: tornante dopo tornante, galleria dopo galleria, chissà cosa c’è dopo, chissà come si sente la quota. La pendenza è costante e consente una pedalata regolare e tranquilla. Ormai in alto si apre un incantevole anfiteatro naturale di straordinaria bellezza, illuminato da una giornata limpidissima: mai visto nulla di così bello prima d’ora! Un breve tratto pianeggiante tra i prati in quota, poi la salita riprende tosta, dove anche l’erba si dirada lasciando scoperte le pietre. Qualche chiazza di neve, ed ecco finalmente il Passo! Quassù è bellissimo, e chi ha più voglia di scendere? Adesso capisco perché i ciclisti lo adorano! Ecco qualche cartolina per i Blogtrotters. Questa volta ci sono anch’io: grazie a mia mamma per avermi accompagnato e per le bellissime fotografie!



Da Wikipedia: Il Passo dello Stelvio (2758 m slm) è il valico automobilistico più alto d’Italia e secondo in Europa dopo il Colle dell’Iseran. Sul versante lombardo la salita inizia da Bormio (1225 m slm), è lunga 22 km e conta 36 tornanti. Lo Stelvio è diventato famoso nel mondo del ciclismo quando nel 1953 è stato inserito per la prima volta nel tracciato del Giro d’Italia ed è stato teatro di una delle ultime imprese di Fausto Coppi: nella penultima tappa, da Bolzano a Bormio, il Campionissimo ormai 34enne staccò il leader della classifica, conquistò la Maglia Rosa e vinse il suo quinto e ultimo Giro.

lunedì 19 luglio 2010

Un traguardo importante

Piazza Brembana (518 m slm) – Passo San Marco (1992 m slm), 17 luglio 2010

Il desiderio è arrivare lassù. Sono 23 km di salita. I primi nel bosco umido del mattino, lungo il rumore del torrente. Poi gli alberi si fermano. Si ferma anche la valle, in un anfiteatro di prati circondato dai monti. Comincia il percorso vero. I tornanti numerati raccontano di quanto si sale, curva dopo curva. Intorno la bellezza del silenzio illuminato dal Sole del mattino. La strada è bellissima: la sua pendenza impegnativa ma regolare permette una pedalata fluida e costante, rilassata dalla pace intorno. Nei pressi del rifugio, brune mucche alpine fanno il tifo agitando le loro campane: sorrido, grazie! Verso il passo un assoluto silenzio regna tra le rocce. Ecco il mio traguardo. Che bello quassù, come è tutto così tranquillo. Mi attardo il più possibile, faccio fotografie. Assaporo quella pace, immobile. Non ho voglia di scendere, di tornare laggiù in quel caotico brulicare di individui storditi dal caldo e dai miraggi. Voglio restare qui. E le cartoline per i Blogtrotters? Ah già, giacchetta, e giù! Per altri 23 km di discesa in cui non ho fatto proprio nulla, a parte prestare attenzione. Ecco le cartoline! Un saluto ai Blogtrotters!



Da Wikipedia: Il Passo San Marco (altitudine 1991 m slm) è un passo stradale nonché il più alto colle della Provincia di Bergamo e collega la Val Brembana alla Valtellina. Il versante valtellinese raggiunge pendenze del 12% mentre il versante brembano tocca punte del 16%. Al valico è possibile ammirare le effige dell’allora Repubblica di Venezia che costruì questa strada per uno sviluppo economico con le valli svizzere. Sul versante orobico del Passo si trova il Rifugio Ca’ San Marco, per anni la casa cantoniera del Passo San Marco e uno dei più antichi rifugi delle Alpi, edificato nel 1593.

lunedì 12 luglio 2010

Settimana di prove

La Terapia Tacco 12 dà i suoi primi frutti, ponendo la parola fine a quelle situazioni imbarazzanti in cui forti rumori del ginocchio facevano voltare con aria interrogativa chi fosse presente in quel momento nello stesso locale. Permangono scosse di assestamento alle anche, a volte innocue e rumorose, a volte silenziose e dolorose, ma secondo MrFisio tutto procede regolarmente nel normale processo di riequilibrio dei carichi.

Settimana con le ormai abituali due sedute in piscina: una di corso, impegnativo quando capita l’istruttore gendarme, e una di nuoto libero, decisamente più tranquillo, che quasi mi addormento a vedere scivolare le piastrelle azzurre. Settimana di prove in cui l’uscita in bici impegnativa è sostituita con due uscite medie, in modo da distribuirne meglio i benefici nell’arco dei sette giorni. La prima serale sulla Roncola, a metà settimana: 7 km di pianura + 7 km che portano dai 300 m slm ai 1000 m slm e poi si torna giù, un bell’allenamento per quando si ha poco tempo. L’uscita del sabato su un percorso saliscendi tra i 400 e i 900 m slm (Zogno, Miragolo, Santuario di Perello: consigliato ai podisti bergamaschi che leggono!), in modo da far lavorare le gambe in modo più regolare e non solo nella prima metà del percorso. Un’umidità mai vista copre tutto di un grigiolino afoso che rende il respiro difficile: non si vede la valle giù, non si vedono le montagne su. Il pensiero vola su quel verde altopiano che conobbi nella sua veste di deserto bianco quando indossai per la prima volta un pettorale, tanti anni fa. Peccato non esserci oggi, ma mi accontento di quanto posso fare, arriverà un giorno.

La domenica in montagna. Dal momento che bici e tacco 12 stanno raddrizzando le ginocchia, pian piano ma visibilmente, decido di provare quella sana, divertente e utile attività outdoor che consiste nel tagliare l’erba con la falce, approfittando del gran caldo per prendere anche un po’ di sole. Scarpe da ginnastica e olè, fino a che i soliti adduttori non cominciano a protestare, perchè più di tanto in piedi non vogliono stare. Pazienza. Le batterie del fisico e dell’animo sono di nuovo cariche. Buona settimana a voi, Blogtrotters!

venerdì 9 luglio 2010

Terapia Tacco 12

Altra grande idea di MrFisio. Gli pongo il seguente problema: d’accordo la bici, ma come posso camminare per i piccoli spostamenti quotidiani (per esempio quei 500 metri per andare dall’ufficio alla mensa) senza risvegliare il fastidio di quei due adduttori che sembrano freni a mano messi tra le gambe per non farle avanzare? Mentre lavora di Tecar sull’infiammazione alle inserzioni di quei due, gli viene un’idea: “Prova sui tacchi, alti però!”. I tacchi, già, sarà un paio di anni che non li porto, proviamo… Ma che ganza idea! E guarda un po’ come lavorano i quadricipiti, che si riprendono le rotule e rimettono le ginocchia diritte. La posizione lascia che gli adduttori allentino la presa, lasciando affiorare dal profondo un dolore acceso. Eccoti, sei venuto allo scoperto… adesso capisco, sei libero dalla contrattura e libero di andartene! Oh che bello sgambettare di nuovo fino alla mensa.

A questo punto, il responso finale di MrPodologo, dottor runner e esperto di runners: “Sì, un po’ di pronazione c’è, un po’ più da una parte, ma è meglio non cambiare l’appoggio dei piedi, altrimenti ti si altera tutta la postura. Adesso aspetta che guarisca l’infiammazione, poi passa alle scarpe neutre e rinforza i quadricipiti che ti tengono su gambe e ginocchia, sì la bici va benissimo. Pronazione… concetto di cui si abusa, come si abusa di plantari di cui la maggior parte dei podisti non avrebbe bisogno. Mi sono arrivati certi keniani con le gambe storte e altro che pronazione… e poi mi fanno 2h08’ in maratona. E per quando non corri: vedi la curva della tua schiena, la posizione delle spalle, l’inclinazione del bacino, ecco, indossa le scarpe con i tacchi, alti. Mi raccomando poi, allungamento della muscolatura posteriore, vai.” Bella sintesi di cultura medica e sportiva, rassicurante quanto raro esempio di onestà intellettuale. Grazie!

Ah sì??? E allora, adesso, basta! Benissimo, stando così le cose, ha inizio la “Terapia Tacco 12”! Ecco il mio ultimo investimento, 20 euro con i saldi. Belli, vero? Hanno pure le roselline sul tacco 12! Facile abituarsi a stare su, anche divertente, ma quando si scende l’allungamento delle catene posteriori è d’obbligo! Au revoir, by Sarah

martedì 6 luglio 2010

Il richiamo delle montagne

San Pellegrino Terme – Mezzoldo - Ponte dell’Acqua (BG), 3 luglio 2010

Altra pagina di diario dedicata alla mia nuova scoperta. Guardo la mia bici: “Piccola, domani ti porto in gita in montagna!”. E’ l’alba, la carico in macchina. Prima soddisfazione della giornata è riuscire a compiere questo gesto, per il quale devo ringraziare il nuoto: prima le mie braccia non ci sarebbero mai riuscite! Direzione verso le montagne, lasciando alle spalle l’afa e a lato le strade trafficate di turisti. Partiamo da San Pellegrino Terme (358 m slm), la cittadina che dà il nome all’acqua, e percorriamo la ciclabile della Val Brembana, ricavata sull’antica ferrovia di cui oggi rimangono graziose stazioni e suggestive gallerie di rocce illuminate. Sono da poco passate le 6, tutto intorno il fresco fruscio del fiume e il cinguettio degli uccelli. Ecco la valle aprirsi ai primi prati, lassù il richiamo delle montagne. La ciclabile finisce, la voglia di andare avanti continua sulla strada meno trafficata. Ecco la salita, bellissima come sempre. Prima lieve, poi via via più dura. Il pensiero felice è ancora presente. L’arrivo a Mezzoldo, 835 m slm. Intorno un deserto silenzioso, solo un anziano con il volto della montagna cammina vispo lungo la strada. Qui venivo a correre qualche anno fa una classica di Ferragosto. Il richiamo delle montagne fa proseguire la pedalata, piano piano. Ora la salita è ripida, sento la fatica e il piacere che l’accompagna. Sono fortunata a poter vivere questo. Avanti, piano piano. Mi sorpassano i primi ciclisti e mi salutano gentili. Li guardo: questi sono ciclisti seri, si vede dal fisico e dalle bici con cui si arrampicano. Uno indossa una maglia con scritto “Giro d’Italia”, la cosa non mi sorprende. Gli ultimi micidiali tornanti sotto il sole già alto e l’arrivo al Ponte dell’Acqua. Ecco l’albergo dove ho lavorato un’estate, quando andavo al liceo: prima servivo le colazioni, poi rimanevo al bancone del bar. Ed ecco il mio traguardo tra i prati: il Rifugio Madonna delle Nevi, 1350 m slm. Tutte intorno le sorridenti montagne illuminate dal sole. Un momento di ristoro, su una comoda panchina con un po’ di goloso cioccolato, e poi giù, il rientro alla base!

Un’altra gran bella uscita, 56 km, di cui contano però i primi 28, perché in discesa non ho fatto nulla, a parte gli ultimi 15 km pianeggianti sulla ciclabile, dove mi sono ancora divertita a sdraiarmi sulla bici, mettere il cambio duro e pedalare a tutta! :-)

Bellissima notizia: queste pedalate in salita mi stanno facendo un gran bene al fisico oltre che all’animo, risvegliando i quadricipiti e raddrizzando le ginocchia. Avanti così, piano piano. Ecco qualche cartolina per i Blogtrotters, ciao e alla prossima!

lunedì 28 giugno 2010

La mia bici: Sintesi 707

Antefatto

Per riattivare la muscolatura dei quadricipiti, mi è stata consigliata la bicicletta. Ma della misura giusta, per non creare ulteriori problemi al già alterato equilibrio posturale. Su consiglio di Mr Fisio, ex ciclista, mi rivolgo ad un negozietto nascosto che si rivela un piccolo regno per gli amanti della disciplina. Entrando già si avverte passione e dedizione: i ciclisti sono i cugini a due ruote dei podisti. Espongo la mia situazione e con molta disponibilità mi vengono prese tutte le misure necessarie per assemblare una bicicletta ad hoc (statura, altezza del cavallo, altezza del femore, larghezza delle spalle). Dopo qualche giorno, la mia piccola è pronta: si chiama Sintesi 707, mountain bike con gomme da strada. La prima prova sui rulli: perfetta, l’altezza sella-pedale per la corretta distensione della gamba, la lunghezza del telaio per l’inclinazione del busto, la larghezza del manubrio per la posizione della braccia, i fermapiedi per tenere i piedi ben allineati sui pedali. Il sellino strettissimo lascia gli adduttori riposare sospesi: una bella sensazione! Gli ultimi consigli: controllare che polso e avambraccio siano allineati, che le braccia siano leggermente piegate. Pantaloncini imbottiti sono d’obbligo per il tipo di sellino. Ricevo in omaggio la maglia del team: ora ho pure la divisa, siamo pronte per partire! Prima uscita di un’oretta per una ventina di chilometri pianeggianti che hanno messo a dura prova i dorsali, non abituati a quella strana posizione piegata in avanti. Gli adduttori fortunatamente tacciono, per riprendere a lamentarsi appena scendo dai pedali. La seconda uscita comincia a darmi soddisfazione: una trentina di chilometri con le prime pedalate in salita che mi fanno assaggiare di nuovo quel misto di fatica e piacere che da troppi mesi non sentivo più. Allora possiamo cominciare a fare sul serio...

Domenica 27 giugno 2010

La sveglia alle 5, una missione da compiere. Un pensiero felice mi trotterella per la mente e l’entusiasmo si trasforma in pacata determinazione verso la meta. Oggi arrivo lassù, sulla mia montagna. Ore 6: si inizia a pedalare. La luce del mattino, il deserto silenzioso delle strade intorno, il canto degli uccelli: mi piace. Dalla pianura si vede la montagna: il primo traguardo, la vetta. Vedo sorgere il sole, mi viene in mente la conferenza della sera prima: eccolo spuntare proprio dietro quella vicina montagna verso la quale sono orientate tutte le chiese romaniche della zona. Il sole del solstizio, un antico magico saluto prima di velarsi tra le nuvole. Comincia la prima salita, 7 km che portano da 300 a 1000 m slm. Cambio 2-2, con calma. Sento la fatica. È bellissimo, sento ancora quel piacere diffondere e sciogliere i pensieri. Solo la corsa aveva saputo regalarmelo prima d’ora. Ed ora invece eccomi qui su due ruote. Il verde attorno si confonde nella mente con lo sfondo di quella Madonnina che ringrazio per aver posto sulla mia strada anche quanto c’è di buono a questo mondo, quanto oggi mi dona un pensiero felice. Uno scoiattolo attraversa la strada, si ferma a lato e invece di scappare si volta e si ferma a guardarmi. Cosa vuoi, scoiattolino? Sei bellino, ma non mi fermo a fotografarti perché voglio arrivare al primo traguardo senza scendere dai pedali. Ecco il primo traguardo: breve sosta per riempire la borraccia e fare un po’ rifornimento, si riparte. La strada prosegue in costa tra pascoli di mucche magre: fanno impressione, il lungo inverno deve aver fatto male anche all’ambiente quassù. L’ultima salita: 6 km per arrivare alla vetta. Cambio 2-2 fino al passo, 1340 m slm, ce l’ho fatta. La mia Sintesi è stata bravissima. I quadricipiti hanno lavorato. Le ginocchia scricchiolano: fate, fate, che forse è la volta buona che vi raddrizzate. Tanto oggi non vi sto a sentire. Ora prepariamoci a scendere: giacchino antivento e via. Lungo la discesa, una bellissima sorpresa: incontro i miei compagni di Squadra, che salivano di corsa alla montagna. Loro impegnati nella tosta salita, io nella rapida discesa sulle due ruote, un saluto veloce ma tanto gradito! Scendendo incrocio poi folti gruppi di ciclisti impegnati a salire e auto di turisti che li sorpassano irritati: la strada si è fatta affollata e pericolosa, ci vuole prudenza fino al rientro alla base.

Una bellissima uscita: 50 km di cui contano però solo i primi 25, perché in discesa non ho fatto nulla, eccetto negli ultimi 5 km di rettilineo pianeggiante dove mi sono trovata praticamente sdraiata sulla bici con cambio 3-7, pedalando a tutta e divertendomi un sacco! Ho capito come tenere la posizione: è un gioco di equilibrio tra addominali e schiena, così l’appoggio sulla braccia diventa leggero e i dorsali non si irrigidiscono. Sono contenta: ho trovato un nuovo modo per muovermi all’aperto quest’estate! Non potrò correre, ma vorrei avventurarmi con la mia bici verso nuovi territori. Le ginocchia, un po’ affaticate, si abitueranno. Il riposo pomeridiano all’ombra del noce: la compagnia di un pensiero felice, i prossimi progetti. Per oggi, non posso desiderare altro.

lunedì 21 giugno 2010

Una storia lunga (nemmeno tanto)

Cominciata 2 anni e mezzo fa, pochi giorni prima di Natale. Era il dicembre 2007 quando cominciai a correre perché sognavo la mia prima maratona, a Roma, marzo 2008. Il mio primo paio di scarpe, neutre, durò solo un paio di settimane per un fastidioso dolore alle ginocchia, sui lati interni. Preso il secondo paio, con un leggero supporto antipronazione, i fastidi svanirono e corsi tranquilla per mesi. Venne Roma a marzo, poi la 50 km lungo l’Adda a giugno.

Luglio 2008, il primo stage di running: la postura in corsa era corretta. In agosto, consumato il secondo paio di scarpe, ne comprai un terzo apparentemente uguale, versione successiva. Seguirono fastidiosi problemi di instabilità delle caviglie e una brutta slogatura che mise fuori posto i tendini sul lato interno della gamba e della coscia. Passando ad un modello di scarpa più sostenuto, con supporto antipronazione correttivo, uscii da questa situazione e ripresi a correre senza problemi. Seguirono un paio di maratone e quindi la Pistoia - Abetone, nel giugno 2009.

Luglio 2009, il secondo stage di running, sotto la stessa guida: la postura in corsa era completamente cambiata, scorretta, con il busto all’indietro e un appoggio in retropiede. A questo punto avrei dovuto pormi un’importante domanda: perché? Invece, mi impegnai a correggere la postura. Con le mie solite scarpe, corsi anche una maratona. Poi mi ritrovai a correre a ritmi un po’ più allegri, e in breve le mie gambe decisero di non andare più, frenando dolorosamente anche il passo della semplice camminata, creando dolorosi problemi alla schiena, rendendo dolorosamente difficoltoso il mantenere la posizione eretta quanto quella seduta. Era il gennaio 2010.

Ora, trascorsi più di 6 mesi di inattività, di esami, di terapie, di dolori e di interrogativi, la corsa è un ricordo e di nuovo un sogno. Ma dovranno passare ancora molti mesi perché possa sperare di poter compiere ancora quel gesto. Cosa è successo?

È successo che le mie amate scarpe sostenute e correttive, tremendamente comode, compagne di tanti km, avevano una struttura tale da alterare la mia naturale postura di corsa, portandola all’indietro e di retropiede. Le fotografie che mi ritraggono nelle gare corse nel 2008 e nel 2009 mostrano chiaramente la differenza. Quando corressi la posizione di corsa, non tenni conto di cosa avevo sotto i piedi e cominciai a forzare un meccanismo per il mio corpo innaturale. Se correre a 6’ o a 5’30’’ perdona tutto, correre a 5’ no. L’appoggio in avampiede cadeva in realtà sul rigido sostegno antipronazione, che il mio peso non riusciva a comprimere. La reazione al terreno era sentita per prima dai muscoli adduttori, che si sostituirono progressivamente ai quadricipiti nel meccanismo di estensione della gamba. Nulla di più innaturale per questi muscoletti, che non hanno la capacità di poter sorreggere il carico corporeo. Da qui l’infiammazione alle loro inserzioni, la loro contrattura permanente, il loro trascinarsi le ginocchia in intrarotazione, e tutti i problemi posturali descritti. Questo tipo di infiammazione richiede per sua natura diversi mesi per potersi risolvere. Io devo anche far capire ai quadricipiti (in stato di ipotonia, poverini) che devono lavorare loro al posto degli adduttori, in modo da rimuovere la causa del problema. Chissà, magari poi un giorno potrò tornare anche a correre. Ma non chiedetemi cosa avrò sotto i piedi…